Il fotografo rock Henry Ruggeri racconta il suo duro mestiere on the road

Henry Ruggeri sta portando in giro la sua mostra Rocks and Shots, che vuole diventi al più presto grande con “memorabilia” presi dal suo music gear dei ricordi. Henry è il fotografo ufficiale di Virgin Radio, la radio rock italiana per eccellenza, e vive a Porto Potenza Picena (MC). Ha iniziato la sua carriera nel 1989 quando al Velvet Club di Rimini, appena aperto, si spacciò per fotografo per entrare al concerto dei Ramones, di cui era un grande fan. “Sono arrivato con due borse da fotografo vuote prestate da un amico fotografo”, racconta, “All’interno c’era solo una macchina usa e getta ed una Praktica da 100.000 lire”. Si è presentato nel primo pomeriggio all’ingresso del locale dicendo che non poteva scattare le foto al gruppo nella data del giorno successivo, a Modena, e se era possibile farle quel giorno. Forse i due borsoni hanno fatto davvero figura in un’epoca dove Facebook era assente ed Internet non era disponibile ai più. Da lì è iniziata l’avventura per Henry che non si è più fermato.

Ti sei spacciato per fotografo davanti ai Ramones, ma avevi già  dei rudimenti o da lì ti è nata la passione?

L’anno prima ero imbarcato in Marina e avevo deciso di fare qualcosa di creativo con la macchina fotografica. Ma finché non mi sono finto fotografo la mia conoscenza del mezzo era limitata e molto amatoriale. Avevo appena finito il servizio militare e cercavo un mestiere da intraprendere. Al Velvet ho conosciuto il fan club dei Ramones, costituito da due ragazzi italiani che lo gestivano in Europa. Mi sono messo d’accordo con loro per scattare al gruppo, anche nelle date seguenti, per la loro fanzine. Negli anni ho fatto una quarantina di concerti dei Ramones come fotografo ufficiale del fan club.

Che tipo di macchina fotografica usi e qual è la migliore secondo te?

Canon EOS 5D Mark III. Questa non è una bella domanda (ride, ndr) perchè gnuno tifa per la sua squadra. La concorrenza è di altissimo livello e tutti i grandi brand sono in continua evoluzione.

Di quale momento sei alla ricerca mentre scatti una foto?

Io provengo dal mondo del negativo, della diapositiva. Prima ciascuna foto aveva un costo. All’inizio quando ero squattrinato, il prezzo del rullino, le stampe, i provini incidevano sull’economia personale, perciò non potevo sprecare foto. Ovvio che non tutte le ciambelle uscivano col buco, però l’analogico mi ha insegnato a cercare la foto, a tentare di ottenere ciò che avevi in mente. Rispetto ai colleghi giovani nati col digitale, che si possono permettere di fare quante foto vogliano, io scatto di meno e sono sempre alla ricerca dell’inquadratura che fa parte del mio DNA: pulita e precisa.

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AC/DC, 2010

Com’è la tua giornata tipo?

Qualche giorno prima dell’evento si aspetta la conferma delle richieste per i pass. Con i grandi artisti non è mai scontato averli per richiesta enorme e accrediti limitati. Lavorare per Virgin Radio non è una garanzia di sicuro ingresso. Quest’anno ho fatto il 95% dei concerti e all’ultimo momento è saltato quello degli U2. E quindi la giornata tipo è abbastanza improvvisata perchè fino al giorno prima di un concerto non sei completamente sicuro di partire. Nel caso positivo, si arriva un po’ prima per catturare la gente che si affolla ai cancelli, poi se è un concerto grande, bisogna aspettare arrivi il manager a prenderti e portarti sotto palco per tre pezzi, a seconda della volontà del gruppo o cantante. In seguito, se va bene, vedi il concerto dalla tribuna o da lontano, oppure ti cacciano addirittura fuori. Il nostro lavoro non è facile. È tutto un discorso di velocità, tecnica e abilità. Il lato bello è che si è a stretto contatto con i colleghi, pure loro a caccia dell’inquadratura migliore, e con la security che lavora in mezzo a noi per contenere il delirio sottopalco. Si è letteralmente investiti da un’ondata di adrenalina colossale, come in un film, e si hanno gli artisti a 5 cm dall’obiettivo quando li si zooma.

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Iggy Pop, 2016

Riesci a vivere emozionalmente i concerti quando fotografi oppure sei troppo concentrato sulla riuscita delle foto?

No, non riesco a viverlo. Quando inizia un concerto, il fotografo diventa solo con se stesso, si isola per portare a termine l’obiettivo.

Vero è che oggi i concerti sono come gli spettacoli teatrali. Poco è lasciato al caso.

Dipende dall’artista. Ci sono delle eccezioni. Bruce Springsteen improvvisa metà della scaletta. Lui è particolare rispetto agli altri perchè suona minimo per tre ore, ogni tanto arriva anche a quattro. È considerato il “The Boss” non a caso.

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Iron Maiden, 2012

Quali sono i gruppi che hanno lasciato un posto speciale nel tuo cuore?

I Ramones sono il mio gruppo preferito da sempre. Sono diventati amici negli anni, poi purtroppo li ho persi con la loro morte. Tengo tantissimo ai Depeche Mode, che ho molto odiato fino a che non li ho visti dal vivo. Sono affezionato agli Iron Maiden dal loro disco d’esordio. Nel 2000-2001 ho seguito con un fan club il loro tour inglese e ogni sera li intervistavamo. Anche ai Foo Fighters voglio bene: ho passato una giornata intera con loro la prima volta che sono venuti in Italia. Dave Grohl è una persona meravigliosa. Mi piacciono i Pearl Jam. Onestamente, ce ne sono tanti.

E gli artisti singoli?

Bruce Springsteen. Quando c’è il live di Bruce, io impazzisco. La prima volta che l’ho fotografato era per dovere, ma poi non ho più smesso. Tutte le volte che è in Italia, faccio tutte le date che posso. Dal vivo è qualcosa di inumano. E mi piace pure Eddie Vedder, che come il Boss, cambia la scaletta ogni volta con i Pearl Jam.

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Depeche Mode, 2013

Perchè odiavi i Depeche?

Sono sempre stato rock con un’inclinazione al punk e loro erano il simbolo della pop-dance, con cui non volevo entrare in relazione. Negli ultimi vent’anni sono cambiati moltissimo, aggiungendo strumenti più vicini al rock e sono diventati grandiosi. Dave Gahan dal vivo è una forza della natura come lo era David Bowie.

Tre aneddoti che ti sono capitati nel backstage.

Io ho il nome di battesimo Henry Ruggeri, non è un nome d’arte. Una volta sono andato a fotografare Robert Plant a Pistoia nel 2002 o 2003, mi hanno accreditato come Enrico Ruggeri e si aspettavano il cantante. Addirittura avevano preparato un rinfresco…che alla fine mi sono mangiato lo stesso! Nel 2002 sono andato al concerto degli U2 allo storico Slane Castle in Irlanda come unico fotografo italiano accreditato, probabilmente perchè l’avevo chiesto solo io il pass, non per motivo di vanto. I gruppi di supporto del loro live erano i Red Hot Chili Peppers, i Foo Fighters, i Coldplay (ancora sconosciuti) e altri. Dopo i tre pezzi a bordo del pit, ho scavalcato quest’ultimo e Chad Smith, il batterista dei RHCP, mi ha preso in braccio, dato che non riuscivo ad entrare dentro. Io avevo la t-shirt dei Ramones apposta perchè gli U2 hanno iniziato proprio con le loro cover e ho pensato ‘magari mi faccio notare’. Joey Ramone, tra l’altro, era morto da poco ascoltando in loop “In a little while” dell’album appena uscito “All that you can’t leave behind” degli U2 e Bono ogni volta la dedicava al cantante scomparso. Quando il leader del gruppo irlandese mi è passato davanti sul pit cantandola, ha notato la maglietta e l’ha presa in mano. Un momento commovente.

20637819_1808415642509040_4158237251151817574_n U2, Slane Castle, 2001

Quali caratteristiche deve avere un bravo fotografo rock?

Non deve avere nessuna caratteristica, visto che adesso quelli che comprano le macchine fotografiche sono tutte rockstar. L’importante è che la acquistate e poi diventate tutti automaticamente fotografi. (ride, ndr) A parte gli scherzi, ci vuole preparazione e determinazione. Molte persone mi scrivono adesso: “Ah, quanto sei stato fortunato a fare questo lavoro”. Io non sono stato per un c***o fortunato. È una cosa che ho voluto cercandola con perseveranza e ho sudato per conquistarmela un centimetro alla volta, non mi ha regalato nulla nessuno. Anzi, forse ho ottenuto meno di quello che merito, la fortuna non c’entra.

Che cos’è la mostra Rocks and Shots?

È una mostra dove oltre alle mie foto ci sono memorabilia, ovvero oggetti unici da collezionismo, della mia esperienza on the road. Ad esempio, la scaletta presa dal palco dell’ultimo concerto in Italia dei Nirvana, gli autografi degli Oasis, i poster dei Foo Fighters a Bologna nella terribile sera del Bataclan a Parigi (poi il tour fu annullato in segno di lutto, ndr), i pass dei live. Sto già facendo la mostra a piccole dosi in giro, qui nelle Marche ne era stato allestito un assaggio al Fool Festival di Morrovalle questa estate, ma solo con le foto per osservare le reazioni dei visitatori. Per allestirne una grande devo accumulare un numero sufficiente di pezzi. La prossima sarà il 7 e 8 ottobre al Palapartenope di Napoli, nel quale tre anni fa ho vinto il premio come Miglior Fotografo Italiano di Musica.

Prossimo concerto in lista?

Se me lo confermano, i Rolling Stones il 23 settembre a Lucca.

di Donatella Rosetti

Foto: Henry Ruggeri con Marky Ramone, ex batterista dei Ramones

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Metallica, 2012

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One thought on “Il fotografo rock Henry Ruggeri racconta il suo duro mestiere on the road

  • 15 settembre 2017 at 23:25
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    Grande Roberto, il tuo stile “pulito e preciso” si rifà ai miei canoni quando scatto live, ovviamente con le dovute proporzioni !! :o)

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