Tiro Libero, storia di coraggio e solidarietà, esce il 21 settembre| Intervista al regista Alessandro Valori

MACERATA – Mercoledì 13 settembre è stato presentato al teatro Don Bosco di Macerata il film di Alessandro Valori e Simone Riccioni (coproduttore e attore protagonista), Tiro Libero, che uscirà nelle sale italiane il 21 settembre. Il lungometraggio racconta la vicenda del pluriblasonato giocatore di basket della Montegranaro, Dario Lanciotti, venticinquenne, e della sua caduta dall’Olimpo del palazzetto per una distrofia muscolare. Dopo aver insultato ed umiliato una ragazza che gli ha sfiorato il suv, è condannato a svolgere attività sociale in un centro di riabilitazione per disabili. Qui allena una squadra di basket di ragazzi in carrozzina e incontrerà la volontaria Isabella (Maria Chiara Centorami). “Naturalmente, seppur nell’assoluto rispetto delle condizioni di chi soffre, questa è una commedia”, avverte Riccioni, “Una commedia che mescola, sul modello delle nostre ammiratissime commedie all’italiana, risate e commozione, al pari di quando si usava l’intrattenimento leggero, ma mai superficiale. Una maniera per rappresentare la realtà nei suoi aspetti comici e drammatici, attraverso un’idea, un concetto, un pensiero che ci porta, quantomeno, a una riflessione”.
Nel cast anche: Nancy Brilli (Diana), Paolo Conticini (avvocato Riccardi), Biagio Izzo (direttore Carmine), Carlton Myers e Carlo Recalcati, ex campioni di basket, e Luca Vitali, cestista del Basket Brescia Leonessa. Il film è stato girato a Macerata, Montegranaro, Civitanova e Recanati. Il film sarà presentato a Roma il 18 settembre. È possibile vederne l’anteprima martedì 19 settembre, al Multiplex 2000 di Piediripa (MC) e al Super 8 di Campiglione di Fermo (FM).

Come vi è venuta in mente la storia di Tiro Libero?
Mentre facevamo un viaggio, sul filo della strada cinematografica che abbiamo intrapreso col precedente film, Come Saltano i Pesci. Un cinema per un pubblico ampio che possa intrattenere, divertire ma che affronti anche dei temi sociali, creando dei spunti di riflessione. Simone mi ha raccontato la storia di un suo amico simile a quella del nostro protagonista che però noi abbiamo romanzato. Tiro Libero descrive soprattutto una sfida e un cambiamento. Insiste sull’inclusione e la solidarietà attraverso lo sport.

 

L’ambientazione a Montegranaro è casuale?
Io sono marchigiano DOC, nato e cresciuto a Macerata. Simone è di Corridonia, giocava a basket da semiprofessionista e ha iniziato proprio nelle giovanili della Sutor Montegranaro.

 

Ho letto una critica cinematografica a Tiro Libero che si complimenta per non essere sceso troppo nello stucchevole. Ci sono dei trucchi per evitare la retorica in questo genere?
In realtà i trucchi non ci sono. Bisogna semplicemente guardare storia e personaggi con occhi amorevoli ma oggettivi con un pizzico d’ironia. Questo ci è salito naturale perchè avendo frequentato questi ragazzi realmente disabili che giocano in carrozzina, sono loro i primi a non voler essere trattati in modo compassionevole. Lo detestano, dato che loro hanno una visione normale della loro esistenza. Una vita fatta pure di grandi difficoltà e spesso di umiliazioni, tuttavia da loro affrontata con enorme coraggio e disinvoltura. Hanno una grandissima forza di volontà e amore nei confronti del prossimo perchè sono i primi che ne subiscono le conseguenze quando quest’ultimo è assente. Il tono scanzonato del film rispecchia lo stile di vita e il modo di vedere di questi ragazzi.

 

Che cosa ti interessa raccontare nei tuoi film?
Raccontare una storia significa entrare in empatia con i personaggi e con il pubblico. Dunque si cerca di narrare oggettivamente i vari aspetti che la compongono. Io con i miei film tento di descrivere le varie sfaccettature della vita. La commedia in sè ricalca un po’ l’andamento dell’esistenza umana che non è sempre un dramma.

 

Quali sono i tuoi maestri della regia?
Frequento le sale cinematografiche da quando ero ragazzino, ho tanti film che mi hanno colmato, impressionato e oramai sono divenuti parte di me. Avendo fatto per anni l’aiutoregista, i miei maestri sono stati i grandi registi con i quali ho avuto la fortuna di lavorare: Sergio Corbucci, Lina Wertmuller, Paolo e Vittorio Taviani. Ho preso da loro quello che potevo sia dal punto di vista umano che professionale.

 

Perché sono passati 8 anni prima della realizzazione di un altro lungometraggio, Come saltano i pesci?
Il nostro non è un mondo facile, siamo tanti e l’industria è in crisi. È difficile trovare finanziamenti, persone e storia giusti. In più in Italia c’è una tendenza all’omologazione per quanto riguarda il genere dei film.

 

Gli attori interpretano un ruolo dietro lo schermo ma qual è il compito del regista dietro la cinepresa?
Il regista, come dico sempre, è un po’ come un direttore d’orchestra, un pifferaio magico e un domatore di leoni. È il responsabile del prodotto finale. Deve prendere decisioni e scegliere gli attori che in qualche maniera lo indirizzano verso la sua idea del personaggio. L’abilità del regista è anche quella di dare la possibilità ad interpreti e collabori di esprimere la propria visione. Le persone coinvolte la arricchiscono, cogliendo particolari che il regista non vede. Il rapporto tra regista ed attori è di continuo scambio.

 

Prossimi progetti?
Vorremmo continuare a lavorare nelle Marche. Ci siamo trovati bene. Uscire da Roma fa respirare aria ossigenata sia per le risorse che per le idee, i luoghi e le collaborazioni.

 

di Donatella Rosetti

 

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